Il reshoring, opportunità per la ripresa

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Il fenomeno del rientro in Italia delle produzioni delocalizzate all’estero è stato accentuato dalla pandemia, che spinge a un nuovo approccio “local-to-local”.​

 

Partiamo da due immagini significative, che rappresentano le conseguenze più recenti delle passate strategie di delocalizzazione all’estero di impianti produttivi: la chiusura delle fabbriche di automobili in Europa nel febbraio 2020, quando per il lockdown nell’Hubei non arrivavano più i componenti, e l’atterraggio a Fiumicino di un carico di mascherine, la cui produzione in Europa era quasi scomparsa, inviate dalla Croce Rossa cinese.

In realtà la pandemia ha solo enfatizzato problemi già riscontrati e che, in particolare dalla crisi del 2008-2009, hanno rafforzato il fenomeno del reshoring, cioè del rientro sul territorio nazionale di sedi e produzioni precedentemente spostate all’estero, nell’Est Europa o in Asia.

Nel recente documento di Confindustria “Innovazione e resilienza: i percorsi dell’industria italiana nel mondo che cambia” (novembre 2020) a questo tema è dedicato un ampio capitolo, in cui vengono utilizzati i dati raccolti dal rapporto “Il reshoring manifatturiero ai tempi del Covid-19, trend e scenari per il sistema economico italiano”, elaborato dal prof. Luciano Frattocchi (Università dell’Aquila) – che da dieci anni cura l’unico database che monitora i fenomeni di reshoring in Europa e negli Stati Uniti (“European Reshoring Monitor”) – dal prof. Paolo Barbieri dell’Università di Bologna, dalla prof.ssa Albachiara Boffelli dell’Università di Bergamo, dal prof. Stefano Elia del Politecnico di Milano e dal prof. Matteo Karlchschmidt dell’Università di Bergamo.

Perché le aziende “ritornano”?

L’esperienza della delocalizzazione, che tanto impulso aveva avuto negli anni ’80 e ‘90 del secolo scorso, come detto ha iniziato già da tempo a mostrare i suoi limiti.

Come ha spiegato a Il Sole 24 Ore Innocenzo Cipolletta, presidente del Fondo Italiano d’Investimento e presidente di AIFI e di Assonime, “c’era già da qualche anno un set di elementi per un nuovo livello di riflessione.

 

Qualche spunto nel mondo del business, in particolar modo nell’ambito della Supply Chain Strategy, era arrivato. I concetti di Resilience, Adaptability e Flexibility sono da qualche tempo tra i maggiori temi d’interesse per il Dipartimento del CTL (Center of Transportations and Logistics) del MIT di Boston e di altri prestigiosi istituti di ricerca, al fine di mettere a punto un nuovo paradigma per approvvigionarsi-produrre-distribuire, garantendo la business continuity e generare addirittura valore in un mondo sempre più connesso e imprevedibile”.

Nel documento di Confindustria troviamo esplicitate alcune delle problematiche connesse alla delocalizzazione:

  • la difficoltà di gestione di lunghe filiere, soprattutto in Paesi, come quelli del Sudest asiatico, interessati da avvenimenti e cambiamento socio-politici;
  • la minore qualità delle produzioni delocalizzate;
  • la rivalutazione del “made in” da parte dei consumatori;
  • i processi di innovazione, che rendono importante la vicinanza tra manifattura e centri di ricerca;
  • le sempre più sentite istanze di sostenibilità ambientale e sociale, difficilmente conciliabili con le esigenze di continui trasporti di materie e prodotti e con la perdita di posti di lavoro e competenze causata dalla delocalizzazione;
  • la diminuzione dei differenziali di costo che in origine avevano indotto lo spostamento all’estero;
  • gli incentivi (dove introdotti) al reshoring.

In Italia, come ha evidenziato il rapporto elaborato dai 4 atenei, sono 175 le attività di reshoring (totale o parziale) recentemente realizzate e il fenomeno è in fase di accelerazione a causa della pandemia.

L’emergenza sanitaria ha infatti posto in primo piano la vantaggiosità di un approccio “local-to-local”, che avvicini i punti di approvvigionamento, produzione e consumo.

«Tra le possibili conseguenze di lungo periodo del Coronavirus – ha spiegato il prof. Luciano Frattocchi a Vertus – vi è la riconfigurazione e l’accorciamento delle catene del valore, con l’obiettivo di renderle più resilienti e più sostenibili. Nel breve periodo si sono già registrati casi di rilocalizzazioni nel Paese di origine dovuti all’impossibilità di utilizzare la propria capacità produttiva disponibile in Cina o di acquistare da fornitori cinesi».

Per il prof. Stefano Elia del Politecnico di Milano “si tratta di un’opportunità unica per il nostro Paese, che dovrebbe cercare di cogliere con delle politiche volte a favorire il rientro di alcune nostre attività produttive e/o ad accogliere le attività produttive di altri Paesi che decidono di ricollocarsi”.

 

 

Un’occasione da cogliere: come si stanno muovendo i Paesi europei e gli Stati Uniti

Prima di considerare la situazione italiana, diamo uno sguardo a come i governi, negli Usa e in Europa, stanno gestendo l’intensificarsi della tendenza al reshoring.

Negli Stati Uniti al reshoring sono stati dedicati vari provvedimenti sia dell’amministrazione Obama sia di Trump: detrazioni fiscali, crediti di imposta e incentivi, investimenti in infrastrutture e ostacoli normativi all’offshoring.

In particolare, come evidenzia Confindustria, dal 2012 al 2014 un sussidio pari al 20% dei costi sostenuti per il rientro e la costituzione di centri di collaborazione tra università e imprese, per favorire il recupero delle competenze e l’innovazione tecnologica anche nelle Pmi, hanno ulteriormente convinto le aziende.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, al momento non esistono piani o strumenti dedicati al fenomeno, anche se nel 2016 il policy brief “Renaissance of Industry for a Sustainable Europe Strategy” parlava del reshoring come di una strategia per favorire il ritorno alla manifattura a un livello pari al 20% del Pil europeo.

Alcuni Paesi europei stanno invece cogliendo la palla al balzo.

La Francia ha già attivato dal 2013 varie misure per favorire il rientro delle aziende e nel 2020 ha introdotto sostegni economici e incentivi fiscali per i settori automotive e aeronautico e per le Pmi.

Nel 2014 il Regno Unito ha lanciato il Reshore UK Plan, che prevede veri e propri servizi di consulenza per valutare le probabilità di successo di attività di reshoring, l’assistenza nelle procedure di rientro e diversi incentivi.

Da notare infine che anche alcuni Paesi asiatici attuano politiche a sostegno del rientro delle imprese manifatturiere. Taiwan, Giappone e Corea del Sud stanno operando per il reshoring delle attività delocalizzate in Cina.

La situazione in Italia: un percorso ancora agli inizi

Tra le aziende italiane la tendenza al reshoring è avviata e in rafforzamento.

«Nel 2018 abbiamo fatto un’analisi su un campione di 130 imprese che valevano 15 miliardi di fatturato aggregato – ha spiegato a “Repubblica” Giuliano Busetto, presidente dell’Anie, che associa 1.400 imprese italiane dell’elettronica-elettrotecnica – e il 19% ha parlato di piani di reshoring. Erano solo il 9% qualche anno prima. Si può accelerare ancora ma serve sburocratizzazione, dare certezze normative e agevolare gli investimenti su tecnologie e skill».

Tra le grandi aziende già rientrate, si possono elencare Asdomar, Artsana, Beghelli, Vimec, Diadora, Safilo, Zegna, Geox.

Significativo il caso di Candy: la proprietà cinese Haier ha scelto di riportare in Italia la produzione di lavatrici da incasso, delocalizzata in Cina dai precedenti titolari.

La situazione è stata fotografata, nel giugno 2020, da un approfondito articolo di Stefano Carli, basato sui dati dell’European Reshoring Monitor.

All’estero l’Italia è presente con quasi 24mila imprese, 9mila del settore industriale e 14.700 aziende di servizi.

Molte stanno valutando di rientrare perché anche all’estero il costo del lavoro è cresciuto, così come lo sono i costi della logistica; perché hanno bisogno di più flessibilità e qualità della produzione; perché il “made in Italy” ha immediate ricadute positive sui ricavi.

Nonostante ciò, al momento non sono ancora state attuate politiche nazionali volte a incentivare il reshoring, anche se il tema ricorre costantemente quando si parla di rilancio del Paese.

In settembre, ad esempio, il ministro del Mise, Stefano Patuanelli, ha dichiarato all’Assemblea di Confindustria: “Dobbiamo continuare a lavorare sulla cornice sistemica, così da rendere il nostro Paese più attrattivo, eliminando le tante viscosità che finora hanno reso il fare impresa in Italia più difficile e meno conveniente che altrove. Al contempo, creando le condizioni per riportare a casa le nostre esclusive produzioni e attrarre quelle degli altri, con un serio programma di back reshoring”.

Il parere di TurnLab: creare una task force tra istituzioni, Università e professionisti della trasformazione industriale

La nostra riflessione in TurnLab si è focalizzata sull’importanza, per l’Italia, di elaborare un dettagliato piano per il reshoring sostenuto da task force che coinvolgano Ministero, Regioni, Invitalia, Università, centri di ricerca, aziende specializzate in processi di trasformazione industriale.

Si tratta infatti sì di stabilire incentivi e agevolazioni, ma anche di dotare il Paese di infrastrutture per l’innovazione, di recuperare e ampliare impianti e competenze e di ridimensionare un apparato burocratico che ostacola lo sviluppo delle imprese.

Paradossalmente, da questo punto di vista la pandemia si presenta come un’occasione. Secondo il modello “anti-fragile” del filosofo e matematico Nicholas Taleb, l’incertezza derivante dall’emergenza è il motore che produce il miglioramento. In quest’ottica il fenomeno del reshoring, adeguatamente favorito, può contribuire a creare in Italia un tessuto di imprese appunto “anti-fragili”, pronte ad affrontare le criticità e a farne la spinta per la crescita.

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