Reshoring: interessanti nuovi dati dall’indagine promossa dalla Comunità Europea

Le aziende tornano ad investire in Italia, ma servono maggiori strumenti di sostegno

Il panorama economico industriale italiano risulta sempre più caratterizzato da operazioni di back reshoring –questo il termine tecnico utilizzato per definire il fenomeno attraverso il quale le aziende tornano a localizzare nel proprio paese d’origine– che riguarderebbero principalmente grandi imprese e società appartenenti a gruppi, che sarebbero spinte per lo più da esigenze di qualità e controllo di prodotto e servizio.
Secondo l’indagine Istat “International Sourcing” promossa dalla Commissione europea, determinanti per il ritorno in Italia si sarebbero rivelate le difficoltà riscontrate dalle aziende nel trasferire all’estero personale e know-how produttivo.
Secondo quanto emerge dai dati, a partire dal 2015 si sarebbe verificata un’inversione di tendenza, che avrebbe portato sempre più aziende a scegliere di tornare a localizzare i propri investimenti in Italia. In particolare, nel triennio 2015 – 2017 sarebbero state oltre mille (pari al 5% del campione Istat) le aziende, medie e grandi, che avrebbero scelto di dar vita ad outsourcing di attività o funzioni aziendali precedentemente svolte all’interno, ma localizzandole in Italia. Determinanti nella presa di decisione, si sarebbero rivelate le problematiche riscontrate nel trasferire il know-how produttivo all’estero. Si è infatti notato come l’Italia costituisca un contenitore di risorse uniche, che possono essere difficilmente ricreate altrove, prime fra tutte le peculiarità del Made in Italy.
Alla domanda quali motivi potrebbero influenzare in modo determinante ulteriori trasferimenti in Italia nei prossimi anni, le imprese hanno risposto sottolineando la riduzione della pressione fiscale per l’84,5%, le politiche specifiche per il mercato del lavoro al 79% e gli incentivi per l’innovazione al 70,9%. Vengono giudicati altrettanto importanti per le imprese industriali i finanziamenti per l’acquisto di macchinari (76,9%) nonché le politiche per l’offerta di lavoro qualificato (technology skilled workers).
Per concludere, se da un lato il dato che emerge dalla ricerca è più che confortante, dall’altro appare chiaro come d’ora in poi vi sarà la necessità, da parte delle istituzioni competenti, di garantire continuità a tutte quelle realtà, nazionali e internazionali, che decidono di tornare a scommettere sull’Italia come luogo per i propri investimenti, attraverso la creazione e il mantenimento di veri e propri strumenti di agevolazione a disposizione delle imprese.
Vertus, con oltre 10 anni di esperienza nei processi di dismissione e reindustrializzazione, non può che valutare con grande interesse il fenomeno di reshoring in atto: i processi di reindustrializzazione -con condizioni finanziarie e tempi di subentro di particolare interesse- rappresentano infatti le opportunità ideali per qualunque impresa interessata ad investire in comparti produttivi in Italia.
Fonti: Business Community del 12 giugno 2019
Corriere della Sera – Economia del 13 giugno 2019

PROGETTO ECCELLENZA: Vertus partner di 3 prestigiosi licei di Milano

Beccaria, Severi e Vittorio Veneto -insieme ad un network di aziende- accompagnano gli studenti eccellenti in una formazione vicina al mondo del lavoro.

Il Progetto Eccellenza è un’iniziativa che, da alcuni anni, offre agli studenti iscritti agli ultimi anni di liceo corsi che mirano ad integrare ed elevare la qualità e il livello della preparazione degli allievi, sviluppandone lo spirito critico.
Il Progetto Eccellenza, infatti, individua, coltiva e promuove il talento e le qualità degli studenti selezionati all’interno dei Licei, garantendo un insegnamento interdisciplinare volto allo sviluppo delle potenzialità e capacità individuali. I corsi riguardano argomenti esterni al programma ministeriale e sono tenuti da formatori esperti, in maggioranza professionisti e docenti universitari.
All’interno del corso di Economia e Finanza, in particolare, Vertus porta il proprio contributo offrendo una visione di futuro nei casi di crisi d’impresa attraverso la reindustrializzazione come opportunità di rilancio industriale.
Il percorso si conclude con un tirocinio in azienda, collegato all’Alternanza Scuola-Lavoro per permettere agli allievi di conoscere un tema nuovo (tramite il corso formativo) e capire se li appassiona (tramite l’Alternanza Scuola-Lavoro) approfondendo alcuni aspetti con un’applicazione pratica.
Vertus sostiene il Progetto Eccellenza, auspicando di favorire negli studenti di oggi scelte più consapevoli per il lavoro di domani. Volentieri, quindi, proviamo ad “aprire mondi e aree di interesse” insieme ai Licei di Milano. Gli allievi hanno apprezzato l’opportunità!

Gestione dei talenti e sviluppo del potenziale in azienda

In un contesto caratterizzato da un’elevata competitività e da continui cambiamenti di scenari, la corretta gestione del personale e del suo potenziale diventa un fattore sempre più critico per il successo delle aziende.

La crescente necessità di rispondere al mercato molto rapidamente, unitamente a processi aziendali sempre più integrati e complessi, sono alla base della nuova visione di fare impresa.

Le abilità umane resteranno centrali anche nella gestione dei processi innovativi dell’industria 4.0 e per questo occorre concentrare l’attenzione sugli scenari che le tecnologie creano, anche durante le fasi di ristrutturazione aziendale. Con i concetti di forza lavoro e tecnologia che vanno integrandosi sempre di più, è prevedibile un crescente coinvolgimento dei lavoratori da parte delle aziende anche in una fase di transizione di carriera individuale.

Le persone rimangono una risorsa fondamentale per qualsiasi struttura aziendale: per questo, anche quando il mercato impone complessi piani di restructuring, come la riduzione o addirittura la cessazione d’azienda, affidarsi a sistemi di sviluppo e gestione delle performance del personale può risultare efficace nell’ottica di una gestione strategica delle proprie risorse e del limitare l’impatto sociale che può derivare da una ristrutturazione aziendale. Al momento di definire i piani strategici, infatti, sarà necessario identificare quali sono le caratteristiche professionali di cui l’azienda avrà bisogno in prospettiva futura e svolgere di conseguenza azioni di attrazione, sviluppo, innovazione e conservazione. Tra i lavoratori, infatti, potrebbe esserci chi sarà in grado di adattarsi molto rapidamente al cambiamento, imparare molto velocemente e ricoprire sempre con successo le nuove posizioni occupate, anche se molto sfidanti.

Questo insieme di skills consente non solo all’azienda ma anche alle sue “persone chiave” di essere anche in grado di affrontare con successo le eventuali necessità di ristrutturazione aziendale e soddisfare le necessità imposte dalla trasformazione del business.

Rivolgersi a una società di consulenza in grado di portare avanti una proficua gestione dei talenti comporta diversi vantaggi per le aziende. Per questo, nell’ottica di un approccio collaborativo per lo sviluppo delle prestazioni e del talent management e al fine di valorizzare le singole potenzialità, viene attuata un’attenta e costante valutazione del potenziale, l’analisi delle posizioni e della corrispondenza soggetto-posizione. Prendendosi cura delle proprie risorse, le aziende potranno quindi adattarsi più velocemente ai cambiamenti imposti dal mercato e rendere le ristrutturazioni meno conflittuali.

Riprogettare i propri business con il cambiamento, l‘efficienza e la sostenibilità

Le nuove tecnologie e i modelli di occupazione in evoluzione hanno stravolto il lavoro come lo conoscevamo.

In piena quarta rivoluzione industriale, le ricadute che le nuove tecnologie avranno sull’industria possono rappresentare interessanti opportunità per il futuro, sia per i singoli lavoratori che per i manager di ogni comparto industriale. Le nuove possibilità date dall’automazione dei processi e dall’interconnessione fra industrie diverse stanno richiamando l’attenzione degli executives delle aziende, sempre più impegnati nell’adeguare le governance alle tante opportunità di sviluppo derivanti dall’Industria 4.0.

Velocità, cambiamento, efficienza e sostenibilità: key concepts nel turnaround aziendale

Velocità, cambiamento, efficienza e sostenibilità sono i concetti chiave su cui imprenditori e manager dovranno concentrarsi nel ripensare la propria azienda, anche in fase di turnaround aziendale. Chi saprà anticipare i tempi, con scelte strategiche basate sull’introduzione di nuove tecnologie e lavorando sulla formazione per il reskilling del personale, potrà godere di grandi opportunità di crescita in un contesto economico in rapida evoluzione come quello attuale. Per svilupparsi, molte aziende saranno chiamate a riprogettare il loro business, orientandosi ad una logica di cambiamento sostenibile che passa dai seguenti step:

  • Definire una road map della trasformazione;
  • Analizzare i business più disruptive, destinati a definire le nuove modalità in cui l’azienda dovrà competere;
  • Passare al vaglio le necessarie infrastrutture di supporto;
  • Verificare la fattibilità dei nuovi business rispetto alle architetture esistenti;
  • Parametrare i criteri di sicurezza adeguandoli alla tipologia di sviluppo per garantire la massima qualità alla continuità del business.

La tecnologia ha trasformato le professioni e le trasformerà sempre di più. Grandi realtà hanno insegnato alle aziende che digitalizzazione e creatività consentono di immettere sul mercato nuovi servizi ad alto tasso di sviluppo. L’automazione e l’intelligenza artificiale dovrebbero avvantaggiare le aziende, i loro clienti e la loro forza lavoro. Non servono, però, soltanto delle idee vincenti di business ma anche delle infrastrutture capaci di supportare l’offerta. Si tratta di una sfida in cui la scelta delle nuove tecnologie, valutando il rapporto tra costi e benefici in termini di innovazione, diventa così un elemento strategico nello sviluppo industriale.

Quando l’azienda non è più in grado di competere e decide in tempo utile di abbandonare il campo, per salvaguardare l’occupazione e la vita degli stabilimenti, diventa necessario ripensare i business ed i processi industriali, elaborandone di nuovi e più efficaci, attraverso un piano di reindustrializzazione.

Cassa integrazione per reindustrializzazione

Il MISE concede a Pernigotti 12 messi di casa integrazione straordinaria per reindustrializzazione.

Pernigotti cessa la produzione all’interno dello stabilimento di Novi Ligure e, in attesa che subentri un nuovo operatore, godrà di 12 mesi di cassa integrazione straordinaria che è stata concessa per un massimo di 92 lavoratori.

Il caso di una multinazionale (la turca Toksoz) che chiude uno stabilimento cercando soluzioni virtuose per le persone e, conseguentemente, per il territorio è il tipico caso in cui è possibile ricorrere alla reindustrializzazione.

Il progetto di reindustrializzazione, infatti, è finalizzato all’individuazione di un soggetto che -facendo nuova impresa- rilevi l’immobile e riassorba il maggior numero possibile di maestranze.

La concessione della cassa integrazione (non più prevista per i casi di semplice cessazione) testimonia il valore finalmente riconosciuto, al massimo livello istituzionale, alla reindustrializzazione. Come a dire: per ottenere la cassa integrazione straordinaria per cessazione, occorre reindustrializzare.

Vertus, leader nella reindustrializzazione in Italia, da oltre 10 anni affianca le imprese interessate a dare un futuro ai propri siti produttivi in dismissione, individuando business compatibili e ricercando e selezionando soggetti imprenditoriali, con progetti espansivi, interessati a subentrare per generare uno sviluppo sostenibile.

Fonte: Comunicato Ministero dello Sviluppo Economico del 6 febbraio 2019

Reskilling: come ri-qualificare il lavoratore per gestire al meglio il cambiamento in ambito industriale

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha stimato che negli ultimi 20 anni l’80% delle professioni è cambiato ed è probabile che nei prossimi 20 anni l’80% delle professioni cambierà ancora.
In uno scenario sempre più caratterizzato dalla trasformazione (o, purtroppo, dalla chiusura) degli impianti industriali, una delle sfide più avvincenti per le aziende è quella di progettare interventi per favorire l’inserimento dei lavoratori all’interno di contesti nuovi, sempre più spesso caratterizzati dalla forte influenza dell’innovazione tecnologica.

Riqualificazione, formazione costante, pensiero allo sviluppo di competenze nell’approccio alle nuove tecnologie sono temi scottanti per gli stakeholders. Il fatto che il futuro del lavoro passi dal reskilling è, oramai, un dato di fatto e per questo sempre più aziende prevedono piani di formazione permanente per i loro lavoratori, anche coinvolgendoli attivamente, al fine di evitare l’obsolescenza delle competenze (soprattutto tra i soggetti più maturi) che non possono rimanere ferme per anni. Si inseriscono in questo contesto anche le azioni di reverse mentoring, vale a dire lo scambio di conoscenze tra profili junior e senior volti al recupero/rinforzo della motivazione oppure all’apprendimento di nuove modalità operative finalizzate alla flessibilità organizzativa. Tutto per offrire al lavoratore la possibilità di aggiornare le proprie competenze e per aiutarlo a rimanere impiegabile in un mondo che è cambiato e sta cambiando sempre più velocemente.

Se per ragioni organizzative, durante i processi di crisi, di reindustrializzazionee di sviluppo, è diventata consuetudine diffusa che un lavoratore (sia esso un dirigente o un impiegato) possa ricevere la notizia della messa in mobilità, in piena digital revolution si è iniziato a guardare alla professionalità come ad un contesto in movimento. Entro il 2035 si stima che le nuove tecnologie permetteranno la creazione di 10 milioni di nuovi impieghi. Nasce da qui l’esigenza, per le aziende, di trovare tempo e soluzioni per facilitare la formazione continua. Allo stesso modo, emerge il bisogno per queste aziende di essere supportate nelle delicate fasi del reskilling del personale, al fine di ridefinire processi e funzioni aziendali e creare nuovi framework comportamentali richiesti dall’implementazione di nuovi macchinari e strumenti innovativi.

Gli interventi mirati al reskilling e alla integrazione delle competenze dei lavoratori devono servire a limitare i rischi di diffusione dello skill gap, della disuguaglianza crescente e della maggiore polarizzazione del mercato del lavoro. Per stare al passo con i tempi, soprattutto sul fronte dell’innovazione tecnologica, serve una formazione continua che renda i lavoratori ancora appetibili sul mercato del lavoro nonostante il mutare delle professioni. È da qui che si deve ripartire, costruendo percorsi di acquisizione di competenze digitali specializzate che aiutino le persone ad esprimere le proprie potenzialità professionali ed a rientrare nel mondo del lavoro attraverso la creazione di competenze nuove che possano permettere di aderire alle strategie di innovazione delle imprese.

Innovazione tecnologica e competenze digitali

Innovazione vuol dire anche formazione. Nell’attuale mondo del lavoro, le prospettive più favorevoli sono quelle per i lavoratori che hanno le conoscenze per gestire l’automazione e le competenze digitali tali da poter colmare il divario tra la tecnologia e le esigenze delle aziende.

Le tipologie di figure professionali del prossimo futuro saranno caratterizzate da un elevato tasso di innovazione. Rispetto alle recenti (e catastrofiche) previsioni, l’ultimo rapporto del World Economic Forum, “The Future of Job 2018” , indica che, entro poco meno di 4 anni, potremo registrare un saldo netto positivo di 58 milioni di posti di lavoro creati grazie all’intelligenza artificiale e ai robot. Prima conseguenza di questo dato è che le fabbriche, per poter competere nel mercato globale, avranno sempre più bisogno di integrare le alte tecnologie nei loro processi produttivi, sviluppando una cultura del lavoro che attualmente non sembra essere al passo coi tempi e investendo nella formazione innovativa dei giovani, tale da poterli rendere protagonisti del trasferimento tecnologico all’interno delle imprese.

L’industria italiana, infatti, chiamata a recuperare il gap con altri paesi sul fronte dell’innovazione, sta iniziando ad introdurre sempre più progetti basati sull’Internet of Things, soprattutto nei campi legati al controllo dell’avanzamento della produzione (nel 31% dei casi) e alla manutenzione preventiva (nel 28% dei casi). IoT e non solo, perché il futuro richiede che “le cose” possano comunicare e interagire tra di loro, ed anche la diffusione del Job sharing, dei programmi di formazione continua (magari con la creazione di università aziendali), dello sviluppo di piani di carriera alternativi, di nuove e costanti politiche di Welfare aziendale (quali, ad esempio, i benefit medico-sanitari per lo screening e la prevenzione, nuove possibilità di conciliazione lavoro-famiglia etc.

In quest’ottica, i Paesi che adegueranno le skill, le competenze digitali e la mentalità dei lavoratori alle esigenze di industria 4.0 saranno gli unici a poter davvero giocare nel contesto produttivo del domani, rispondendo alla necessità di una formazione continua per stare al passo con i tempi, soprattutto sul fronte dell’innovazione tecnologica. Innovazione tecnologica e competenze digitali, insomma, porteranno a moltiplicare il valore degli asset di un’azienda, incluso il capitale umano.

Se è vero che non è possibile fermare la tecnologia, si deve ricordare anche che le persone sono insostituibili.

Stando alle prospettive indicate da “The Future of Job 2018”, il rapporto del World Economic Forum, Internet of Things, Intelligenza Artificiale , Cloud e Big Data modificheranno modalità e luoghi di lavoro delle persone, senza ridurre il numero dei posti di lavoro. Nell’ottica dei prodotti e dei servizi offerti, è necessario ripensare radicalmente processi e strutture organizzative per far fronte alla pervasività del digitale nella nostra vita quotidiana.

La grande sfida sarà quella di ridurre il gap di innovazione che esiste tra le piccole e le grandi imprese: unire competenze e investimenti tecnologici in nuovi progetti industriali, anche nell’ambito di percorsi di reindustrializzazione, potrebbe senza dubbio essere una delle strade per supportare la crescita e guidare il cambiamento.

Come il reshoring delle imprese può dipendere dalla trasformazione digitale

Il peso che l’industria assume nelle economie dei paesi dell’Unione Europea è stato, a lungo, costantemente in calo. In quasi vent’anni, in molti paesi del vecchio continente si è assistito a una drastica riduzione (nel 2000 in Italia l’industria pesava il 20% sul PIL mentre, nel 2013, faceva registrare il 15,5%) della capacità produttiva e, di conseguenza, della capacità di innovare e creare nuove tecnologie.

Soprattutto tra gli anni Novanta del secolo scorso e i primi anni Duemila, le imprese hanno “smontato” le filiere industriali, spostando la produzione principalmente in Europa dell’Est e nel Sud Est asiatico, là dove il costo del lavoro è più basso. Delocalizzando, attraverso aggressive politiche di offshoring, le imprese hanno ottenuto dei vantaggi da un punto di vista economico e competitivo, con una generalizzata riduzione dei costi operativi e di processo.

Negli ultimi tempi, però, questo trend sembra essersi interrotto o, meglio, sembra aver virato la propria rotta: l’Italia è adesso il primo paese europeo e il secondo al mondo per reshoring delle imprese, ovvero il rientro di aziende nel territorio nazionale. Il fenomeno del reshoring, cresciuto sensibilmente negli ultimi anni, è motivato da tanti fattori, tra cui: sempre minore differenza salariale, crescente necessità di ridurre il time-to-market, elevata incidenza dei costi di management etc. ma l’affermarsi della tecnologia Cloud e delle altre tecnologie 4.0 costituiscono due tra i pilastri più importanti del back-shoring. Molte delle aziende che precedentemente avevano delocalizzato la loro produzione, oggi stanno attuando questa politica di reshoring delle imprese, riportando così quanta più produzione possibile all’interno dei confini, restituendo vigore alle fabbriche e ricostruendo una base industriale.

Indipendentemente da logiche legate a produzioni d’alta gamma o forzatamente “Made in Italy”, uno scenario sempre più dominato dall’e-commerce impone, infatti, che il prodotto sia sempre più su misura e “off-the shelf” con soluzioni distributive flessibili nel segno della capillarità e rapidità; pertanto con prospettive che sempre meno si possono conciliare con i lunghi tempi di delivery imposti da produzioni lontane.

Esistono nuove opportunità per sottrarsi a una lunga stagnazione, aumentare la produttività e migliorare la propria competitività sul piano internazionale:

  • I programmi “sponsorizzati” dalla UE (FESR e TIMBRE), avviati per sostenere azioni innovative per lo sviluppo urbano sostenibile;
  • Le nuove interfacce uomo-macchina, il passaggio dal mondo digitale a quello fisico, la robotica industriale, l’IOT, le stampanti in 3D. Parliamo di solo alcune delle attività e delle tecnologie innovative che vanno sotto il cappello della Industria 4.0 e che potranno impattare con forza sul mondo delle imprese, offrendo agli operatori vantaggi che possiamo, solo in parte, immaginare;
  • La nascita di nuovi modelli di business a consumo, la possibilità di monetizzare i dati o le forme di economia scalabile sono, infine, una ulteriore opportunità per chi opera (o deciderà di tornare ad operare) all’interno dei nostri confini.

Quando parliamo di reshoring delle imprese, allora, possiamo affermare fortemente che uno dei fattori che più di altri ha rafforzato questo processo è stata proprio l’industria 4.0, che con il suo sviluppo sta favorendo la rilocalizzazione delle imprese/industrie europee, quindi anche italiane, offrendo maggiori vantaggi rispetto al passato, sia sotto il profilo delle competenze, sia della vicinanza a centri di ricerca strategici.

Le nuove tecnologie dovrebbero garantire un aumento della domanda di occupati nel settore ICT (amministratori di sistema, programmatori, esperti di sicurezza, etc.) e offrire anche nuove possibilità di reindustrializzazione e di riqualificazione di aree industriali dismesse. In questo contesto, sarà possibile dare nuova vita all’impresa, valorizzando competenze, immobili, impianti e riqualificando persone. La trasformazione digitale, inoltre, avrà un impatto significativo anche su altri mercati verticali come quello dell’assistenza sanitaria, che registra una domanda crescente di soluzioni tecnologicamente avanzate per rispondere alle esigenze e aspettative delle persone.

Entrare in settori produttivi tecnologicamente più avanzati con la riconversione industriale

In una realtà in cui sempre più aziende soffrono una crisi che condanna in primis i lavoratori, urge la necessità di trovare una valida alternativa alla strada degli incentivi e dei salvataggi pubblici. In questa ottica, si prospettano interventi mirati, quali i piani di riconversione industriale capaci di diversificare le attività produttive e di trasformare i profili coinvolti, inserendoli in settori tecnologicamente più avanzati e che possano aprire loro nuove strade e prospettive. Stimolando gli investimenti in nuove tecnologie, come l’Intelligenza Artificiale, e promuovendo iniziative imprenditoriali in grado di supportare l’economia locale e tracciare traiettorie di uno sviluppo sostenibile, infatti, sarà possibile puntare alla riqualificazione e al reimpiego o al reintegro dei lavoratori trovatisi ai margini della filiera produttiva in conseguenza di un momento di crisi.

In Italia il tema relativo alla scarsità degli investimenti in Ricerca e Sviluppo è sempre più attuale

Anche argomenti come quelli della formazione, del coaching o dello sviluppo di digital skills dei lavoratori sembrano essere ancora marginali all’interno delle aziende. Questo perché il nostro paese, tra i leader del pianeta quando si parla di talenti ed eccellenze scientifiche, per via di investimenti destinati ad alimentarne lo sviluppo che restano a dir poco contenuti, non riesce a tradurre in risultati tangibili nel campo di tecnologie innovative i buoni numeri fatti registrare dalla ricerca. Per questo, si rende necessaria un’inversione di tendenza che possa veicolare l’innovazione all’interno dei processi produttivi, posando le fondamenta di imprese nuove e, finalmente, innovative.

Affrontare una crisi aziendale oggi significa sperare in incentivi alle assunzioni e nei continui salvataggi che avvengono grazie agli sforzi pubblici. Lo sviluppo, invece, di piani di riconversione industriale per diversificare le attività produttive e ri-allocare capitali e forza lavoro potrebbe significare il porre le basi per un sistema economico più efficiente e competitivo. Una riconversione che passa attraverso l’introduzione di nuove tecnologie, la trasformazione degli impianti e la formazione delle persone, che dovranno essere sempre più proiettate verso le esigenze dell’industria 4.0.

Puntare sugli investimenti in tecnologie innovative e sulle digital skills dei lavoratori, in modo da facilitarne l’ingresso in settori più tecnologicamente avanzati è un tema centrale nei piani di riconversione industriale. In quest’ottica, si prevede sempre di più la crescita dei siti industriali chiusi e riconvertiti, con l’esigenza di ritagliarsi un nuovo profilo industrialeediventare finalmente agili.

Innovazione tecnologica e possibili ricadute sull’industria

L’Industria 4.0 rappresenta la quarta rivoluzione industriale e coinvolge il nostro presente ma, anche, il nostro futuro prossimo. Sentirsi minacciati, temendo le possibili ricadute che le nuove tecnologie potranno avere sull’industria, non ha senso, in quanto lo sviluppo tecnologico è ineluttabile. Al contrario, percepire l’innovazione e le forme di business innovativo come opportunità per il futuro, sia per i singoli lavoratori che per i manager, è precondizione a qualsiasi forma di sviluppo.

Utilizzo di nuove tecnologie di produzione basate sul digitale, elaborazione di grandi quantità di dati, automazione dei processi e interconnessione fra industrie diverse: la tecnologia ha trasformato le professioni e le trasformerà sempre di più, generando figure professionali diverse dalle attuali. Alla luce di queste considerazioni, anticipare i tempi, anche in fase di turnaround aziendale, può diventare la chiave per vincere la competizione industriale.

Lavorare di immaginazione significa vedere il futuro prima che esso arrivi: ecco, allora, che la reindustrializzazione può diventare un’occasione per ripensare l’industria, non solo introducendo le nuove tecnologie, ma anche per elaborarne di nuove e più efficaci. Uno dei campi che subirà il maggior cambiamento con l’avvento dell’industria 4.0 è quello manifatturiero: l’innovazione tecnologica investe macchine e sistemi di produzione, che diventano, così, intelligenti e in grado di gestire sempre più produzioni “on demand” oppure “just in time”.

La scelta delle nuove tecnologie, valutando il rapporto tra costi e benefici in termine di innovazione, diventa così un elemento strategico nello sviluppo industriale: i sistemi emergenti sono spesso caratterizzati da costi ingenti ma offrono l’opportunità di un salto in avanti nel confronto con il mercato. In questa nuova sfida economica, le basi di partenza sono la messa a punto di nuove tecnologie di processo ecosostenibili per ridurre consumi ed emissioni dei processi industriali, ma anche – tra le altre- le Intelligenze Artificiali (da applicare in settori come l’assistenza alla clientela o il supporto strategico), i Droni (utilizzabili per il trasporto, la video sorveglianza o l’ agricoltura sostenibile) e le Blockchain (che si applicano per fintech e smart contracts).

La reindustrializzazione diventa quindi uno degli strumenti più efficaci per rinnovare i processi (riqualificando le persone) e contrastare la deindustrializzazione dei territori, offrendo un futuro agli stabilimenti produttivi ed alle persone che vi lavorano.