Parlare di digital transformation significa parlare di un profondo cambiamento dei processi produttivi di beni e servizi, che non si limita all’introduzione di nuove tecnologie ma che comporta sostanziali modifiche culturali e organizzative, volte a sfruttare appieno il potenziale del digitale, anche con finalità predittive.

La trasformazione digitale sta creando nuove professioni e sta innovando quelle tradizionali, per le quali non bastano più le classiche competenze.

 

Ibridazione tra passato e futuro

 

Agenda Digitale usa, a questo proposito, il termine “ibridazione”: “Il lavoro ibrido combina le competenze tecniche, gestionali, professionali o relazionali con le competenze informatiche e digitali, le conoscenze per comunicare nei social network, le abilità per interagire con altre persone attraverso la mediazione o l’uso di tecnologie digitali. Le abilità tipiche di una professione si contaminano con altri tipi di capacità, tipicamente di natura sociale e relazionale e poi di natura digitale”.

Alcuni esempi di questo fenomeno di ibridazione sono offerti dalla ricerca “Il lavoro a Milano”, curata da Assolombarda con Cgil, Cisl e Uil e presentata lo scorso maggio, che descrive l’evoluzione di alcune tipiche professioni industriali.

Le seguenti:

  • il progettista di prodotto ora lavora in modalità data-driven, utilizzando strumenti di simulazione e modellistica virtuale;
  • il responsabile di produzione gestisce, tramite Data Analytics, il flusso dati lungo tutta la linea produttiva;
  • il tecnico della manutenzione e il tecnico di assistenza utilizzano la visione virtuale per individuare i guasti e intervenire da remoto; impiegano, inoltre, sistemi di manutenzione predittiva, programmando controlli e sostituzioni in base alle probabilità del manifestarsi di malfunzionamenti;
  • lo specialista della logistica, oggi, conosce le soluzioni per il tracking di lotti/prodotti e utilizza un Warehouse Management System per la registrazione e il controllo dei movimenti delle merci in magazzino.

Il fenomeno dell’ibridazione tra vecchio e nuovo interessa ormai tutti i settori.
Constatazione che è alla base di quanto dichiarato ad Agenda Digitale da Gianni Potti, presidente Cnct Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici: “I robot ruberanno il lavoro a coloro che saranno meno qualificati. Ma non ruberanno certo il lavoro a chi avrà skill competenti ed evolute”.

 

Le professioni emergenti

 

Oltre a “ibridare” le professioni già esistenti, la digital transformation ha creato, e continuerà a creare, nuove figure professionali.

Agenda Digitale elenca quelle attualmente ricercate per i settori più innovativi, constatando che sono richieste non più solo per progetti sperimentali ma ormai per attività aziendali considerate strategiche. Si tratta di:

  • cloud security architect, cloud solution architect, cloud networking consultant;
  • cyber security consultant, cyber security architect;
  • big data architect, big data scientist, big data specialist;
  • IoT consultant, architecture mobile & IoT solution engineer;
  • robotics & automation manager, robotics system engineer, artificial intelligence software engineer.

 

Digital transformation: operaio al lavoro con tablet

 

Le competenze digitali in Italia

 

Lo scorso 11 dicembre è stata presentata a Roma l’edizione 2019 dell’Osservatorio delle Competenze digitali, promosso da Aica (Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico), Anitec-Assinform, Assintel e Assinter Italia, con il contributo di Cfmt (Centro di Formazione Management del Terziario) e il patrocinio di MIUR e Agid (Agenzia per l’Italia Digitale).

Aria, l’Azienda regionale lombarda per l’innovazione, ne presenta una sintesi.

L’Osservatorio registra il ritardo dell’Italia sia nel formare le competenze necessarie alla digital transformation sia nella creazione di una cultura digitale condivisa.

Nel 2018 sono stati circa 106.000 gli annunci di lavoro rivolti a profili Ict (+ 27% rispetto al 2017). Profili da cui le aziende si aspettavano competenze digitali specialistiche e una preparazione universitaria.
In realtà, in Italia nel settore Ict prevalgono i diplomati, tanto è vero che, per il triennio 2019-2021, si prevedono fra le 67.100 e le 94.500 richieste da parte delle imprese, mentre il sistema formativo ne fornirà meno di 82.000, di cui due terzi diplomati e un terzo laureati.
Anche l’edizione 2018 dell’Osservatorio aveva registrato la necessità dell’istituzione di percorsi formativi per la creazione di competenze digitali di alto profilo e l’urgenza di favorire il reskilling in chiave digitale delle professioni tradizionali.

I dati raccolti analizzando 540mila annunci di lavoro del 2017 riferiti a 239 posizioni non Ict, hanno rilevato che le skill digitali sono ormai una componente fondamentale anche di queste professioni, sia nei processi “core” sia nei processi di supporto e management.

A completamento delle competenze digitali le aziende richiedono anche una serie di soft skill che disegnano l’immagine di un lavoratore “ibrido”, per ritornare al concetto di Agenda Digitale: capacità di adattarsi al cambiamento, conoscenza dell’inglese, problem solving, team working, pensiero creativo, public speaking, attitudine alle relazioni.

 

Le Pmi alle prese
con la digital transformation

Tag Innovation School ha condotto nel 2018 una ricerca su trasformazione digitale e Pmi italiane, coinvolgendo più di 500 aziende con un fatturato al di sotto dei 50 milioni di euro.

Dai risultati emerge che le aree di business già interessate dalla digital transformation sono il marketing, il customer care e i settori ricerca e sviluppo.

Parrebbe quindi mancare ancora una piena consapevolezza del fatto che la trasformazione digitale non è circoscritta all’ambito della comunicazione e della promozione aziendale ma impatta sull’intera organizzazione produttiva.

Sono comunque già abbastanza diffusamente utilizzati il cloud, il Crm e i sistemi di messagistica e si registra, specie da parte delle imprese costituite più recentemente, un’apertura verso l’Internet of Things e il Machine Learning.

Gli amministratori delegati che dichiarano di voler assumere un digital officer sono il 27% degli intervistati.
L’importanza di questa figura è più sentita dalle medie imprese (45%) che dalle piccole (26%).

Comunque il 38% delle aziende dichiara di voler avviare nuovi business basati sul digitale e il 32% di quelle che hanno partnership con startup intende assumere un digital officer nei prossimi tre anni.

 

Digital transformation e Roi: le aspettative dei decisori aziendali

 

Nelle grandi aziende, invece, la trasformazione digitale è un tema caldo.

Una ricerca condotta da Vanson Bourne per Avanade, presentata lo scorso ottobre e che ha coinvolto un campione internazionale di 1.150 decisori aziendali di imprese con fatturato superiore ai 500 milioni di dollari (fra cui 75 italiani), rivela che il 92% dei manager intervistati considera la digital transformation come la principale priorità aziendale e il 96% (99% in Italia) dichiara di disporre di una strategia in merito.

In media, i partecipanti al sondaggio si aspettano dalla trasformazione digitale un Roi pari al 17% (15,3% in Italia), una riduzione dei costi del 10% (16% in Italia) e un incremento della produttività dell’11% (13% in Italia).

Il 43% del campione dichiara però di affrontare per ora una fase in cui l’implementazione della strategia digitale non si traduce ancora in un ritorno economico.

Come principali cause di rallentamento della digital transformation i manager indicano la difficoltà di reperire o formare personale idoneo (46%; 47% in Italia) e gli investimenti in nuove tecnologie non integrate nei sistemi in uso (40%; 30% in Italia).

“Spesso manca una pianificazione strategica riguardo gli obiettivi e i benefici a lungo termine che le aziende intendono raggiungere – conferma Emiliano Rantucci, general manager di Avanade Italy – Non a caso, le difficoltà sono dettate in gran parte dall’assenza di visione e trasversalità”.

 

Digital transformation: attività di reskilling

La parola d’ordine è “reskilling”

 

La trasformazione digitale, modificando profondamente l’organizzazione aziendale, richiede un pieno coinvolgimento delle risorse umane.

Per questo, nelle imprese avviate verso la digital transformation, in quelle che necessitano, per evitare o fronteggiare una crisi, di rivedere i propri modelli di business o in quelle coinvolte in processi di reindustrializzazione, le parole d’ordine sono formazione e reskilling, per riqualificare il personale rendendolo in grado di utilizzare, con il corretto approccio mentale, le nuove tecnologie.

Di formazione continua e di riqualificazione parliamo in modo approfondito in questo blog nell’articolo “Reskilling: come ri-qualificare il lavoratore per gestire al meglio il cambiamento in ambito industriale”.

Alle imprese che intendono ridefinire, in seguito all’introduzione di innovazioni digitali, processi e funzioni aziendali e hanno bisogno di fornire differenti framework comportamentali derivanti dall’implementazione di nuovi macchinari e strumenti, Vertus offre la propria consulenza per individuare strumenti ad hoc di finanza agevolata ed espletare le procedure necessarie per fruirne.

Nei progetti di reindustrializzazione, poi, è piuttosto frequente che l’impresa subentrante necessiti di riqualificare i lavoratori, sia white collars sia blue collars, armonizzando i precedenti sistemi organizzativi e i team già rodati, con la capacità di produrre in modo efficiente e tecnologicamente innovativo nuovi manufatti.

In questi casi Vertus propone assessment mirati alla valutazione dell’attitudine del personale all’apprendimento delle nuove tecnologie e promuove progetti di subentro che prevedano un significativo periodo di training durante la fase di passaggio al nuovo assetto aziendale.

Questa attività formativa può coinvolgere gli enti amministrativi locali (attraverso l’erogazione e/o il finanziamento di corsi teorico-pratici) e si rivela molto utile a rimotivare le persone che escono da periodi più o meno lunghi di cassa integrazione e devono riprendere il lavoro in un contesto spesso profondamente mutato.

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