Secondo una recente ricerca di Deloitte, il valore complessivo delle operazioni di private equity in Italia nel primo semestre 2019 ha superato i 7,6 miliardi.

“Il settore che ha visto gli operatori maggiormente coinvolti nel primo semestre 2019 è stato quello dei prodotti e servizi industriali, seguito da quello degli altri servizi e dal Tmt (Technology – Media – Telecoms)” precisa Deloitte.

Ai dati forniti da Deloitte si aggiungono quelli dello studio Global Private Equity Performance Series, presentato da eFront nello scorso ottobre: i fondi di venture capital e private equity italiani sono i più redditizi d’Europa, con i migliori tempi medi di generazione di liquidità.

Quali sono i motivi alla base di questa crescita del private equity in Italia?

Da un lato la possibilità per le aziende di operare investimenti difficilmente finanziabili tramite il credito bancario; dall’altra, dal punto di vista degli investitori, la disponibilità, nel panorama industriale italiano, di imprese di qualità partecipabili a prezzi convenienti.

 

I vantaggi per le aziende: sviluppo e internazionalizzazione

 

In effetti il private equity si sta rivelando, per aziende non quotate e Pmi, un importante strumento di sviluppo.

Infatti, oltre che del fondamentale apporto economico, le imprese target fruiscono anche delle competenze e delle capacità di visione degli investitori.

In questo modo le aziende possono aprirsi a nuove tecnologie o nuovi settori di mercato e ricevono un apporto di idee per l’aggiornamento dei modelli organizzativi e la messa a fuoco degli obiettivi.

Questo percorso finisce per favorire l’approdo sui mercati esteri o a rafforzarne la presenza.

Una recente ricerca (ottobre 2019) dell’Università Liuc, realizzata in collaborazione con Aifi e Intesa Sanpaolo, ha approfondito il collegamento tra la finanza alternativa del private equity e i processi di internazionalizzazione delle aziende.

L’osservatorio Pem (Private Equity Monitor) di Università Liuc e Aifi ha seguito 154 operazioni di private equity che hanno coinvolto 149 aziende.

Nell’82% dei casi queste aziende, specialmente le Pmi, hanno migliorato le loro performance all’estero. In particolare il 45% di queste è andato per la prima volta fuori d’Italia, e chi già operava all’estero si è rafforzato in termini di fatturato.

Spesso l’approdo sui mercati stranieri è coinciso con un’acquisizione, ormai non più appannaggio delle grandi aziende: fra le imprese monitorate che hanno acquisito una società, il 59% aveva un fatturato inferiore ai 50 milioni.

 

Aifi premia il Private Equity of the Year, guardando ai valori Esg

 

Da 16 anni Aifi, l’associazione italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt, assegna il Premio “Claudio Dematté – Private equity of the year”, che è suddiviso in categorie:

  • Early Stage, investimento in capitale di rischio effettuato nelle prime fasi di vita di un’impresa (vinto quest’anno da P101 SGR per l’operazione Viralize);
  • Expansion, operazioni di investimento in capitale per il finanziamento dello sviluppo d’impresa (assegnato a Mandarin Advisory per l’operazione Marval);
  • Buy Out, operazione di acquisto dell’impresa da parte dell’operatore di private equity in affiancamento con il management/imprenditore (vinto da Ambienta SGR per l’operazione Lakesight Technologies/Tattile).

“Quest’anno abbiamo avuto un record di candidature, ben 25 operazioni che si sono contraddistinte per la valorizzazione delle target, la loro internazionalizzazione e l’attenzione ai principi Esg” ha dichiarato Innocenzo Cipolletta, Presidente di Aifi.

I criteri Esg (Environmental, Social e Governance) sono indicazioni rivolte agli investitori per indirizzarli verso scelte coerenti con queste tre tematiche. Si parla in questo caso di “investimenti responsabili”.

Secondo il Credit Suisse, “la prassi conferma che i criteri ESG sono caratteri distintivi della qualità di un’azienda nel lungo periodo. Le imprese che prendono sul serio gli aspetti ESG sono in generale meglio gestite, più sostenibili e orientate al futuro. Le imprese con valori ESG elevati sono meglio attrezzate per affrontare le crisi e raggiungono in media performance migliori delle loro concorrenti”.

 

Donna impegnata in una riunione di un fondo di private equity

 

La “componente rosa” giova al private equity

 

Da una recente ricerca condotta da Oliver Gottschalg, professore di strategia e politica aziendale presso l’Hec School of Management di Parigi, emerge che i team di private equity con una componente femminile corrono inferiori rischi di fallimento rispetto ai gruppi di lavoro completamente maschili.

Le operazioni guidate da donne tendono a mantenere l’investimento più a lungo, fino alla completa realizzazione del potenziale dell’azienda target. Le donne sono più presenti nei settori delle biotecnologie e It.

In generale però il private equity resta ancora un “lavoro da uomini”: solo il 9,4 per cento dei posti senior è occupato da donne. In particolare, in Italia è donna meno di un professionista su cinque.

 

Il futuro del private equity in Italia

 

Il trend in crescita delle operazioni di private equity in Italia potrebbe proseguire anche per il biennio 2020-21, se incentivato attraverso scelte politico-economiche.

Il supporto fiscale

Come ha dichiarato a Fortune Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi, “le iniziative in tema di venture capital incluse nell’ultima legge di bilancio possono rappresentare, se correttamente attuate, una spinta al settore. Ora vanno implementate. Anche gli incentivi fiscali possono contribuire a fare affluire capitali verso il settore. A titolo di esempio, ricordo la detrazione/deduzione dell’investimento, anche attraverso fondi, in startup innovative di cui possono beneficiare le persone fisiche e le società. Tale agevolazione è stata innalzata dal 30% al 40%; ora deve essere concessa l’autorizzazione comunitaria”.

La flessibilità di nuovi strumenti

Il panorama imprenditoriale italiano, la rapida evoluzione delle tecnologie, la variabilità dei mercati richiedono che anche il private equity si doti di strumenti più flessibili.

I fondi chiusi – come definito da Borsa Italiana, fondi comuni di investimento con un numero fisso di quote di partecipazione, in cui il diritto di rimborso dei partecipanti avviene solo per date predeterminate – sono ormai oggetto di critica da parte degli operatori per la loro rigidità.

Un buon numero di operazioni di private equity in Italia sono state realizzate tramite Spac (Special Purpose Acquisition Company, veicolo di investimento che punta a reperire, attraverso il collocamento di strumenti finanziari – Ipo, le risorse per acquisire e/o fondersi con una società target non quotata) o Club Deal (un numero ristretto di investitori impegna dei capitali collettivamente per l’acquisizione o il finanziamento di un target, su cui singolarmente non potrebbero investire).

 

 

Riunione di un fondo di private equity

Il private equity per la reindustrializzazione

 

Il private equity può efficacemente intervenire nelle operazioni di reindustrializzazione, in particolar modo a supporto di operazioni di add-on, ove sia richiesta capacità produttiva ma con bassi investimenti o, addirittura, cash neutral.

La reindustrializzazione, infatti, offre opportunità spesso vantaggiose per le aziende che intendano crescere con bassi livelli di cap-ex (investimenti in capitali): operazioni brown-field (investimenti in stabilimenti industriali esistenti) sono spesso molto efficaci per tale scopo.

Vertus, nella sua ricerca di soluzioni per il rilancio e la riconversione di imprese, procede a individuare, oltre a nuovi business e partnership, i fondi di private equity e le aziende da loro partecipate, che possono immettere finanziamenti, know how e capacità manageriali idonei a portare a buon fine il processo di reindustrializzazione.

Questo vale anche nell’affiancamento di Vertus alle imprese che intendono svilupparsi, riprogettando il proprio business e orientandosi verso un cambiamento sostenibile.

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