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Riprogettare i propri business con il cambiamento, l‘efficienza e la sostenibilità

Le nuove tecnologie e i modelli di occupazione in evoluzione hanno stravolto il lavoro come lo conoscevamo.

In piena quarta rivoluzione industriale, le ricadute che le nuove tecnologie avranno sull’industria possono rappresentare interessanti opportunità per il futuro, sia per i singoli lavoratori che per i manager di ogni comparto industriale. Le nuove possibilità date dall’automazione dei processi e dall’interconnessione fra industrie diverse stanno richiamando l’attenzione degli executives delle aziende, sempre più impegnati nell’adeguare le governance alle tante opportunità di sviluppo derivanti dall’Industria 4.0.

Velocità, cambiamento, efficienza e sostenibilità: key concepts nel turnaround aziendale

Velocità, cambiamento, efficienza e sostenibilità sono i concetti chiave su cui imprenditori e manager dovranno concentrarsi nel ripensare la propria azienda, anche in fase di turnaround aziendale. Chi saprà anticipare i tempi, con scelte strategiche basate sull’introduzione di nuove tecnologie e lavorando sulla formazione per il reskilling del personale, potrà godere di grandi opportunità di crescita in un contesto economico in rapida evoluzione come quello attuale. Per svilupparsi, molte aziende saranno chiamate a riprogettare il loro business, orientandosi ad una logica di cambiamento sostenibile che passa dai seguenti step:

  • Definire una road map della trasformazione;
  • Analizzare i business più disruptive, destinati a definire le nuove modalità in cui l’azienda dovrà competere;
  • Passare al vaglio le necessarie infrastrutture di supporto;
  • Verificare la fattibilità dei nuovi business rispetto alle architetture esistenti;
  • Parametrare i criteri di sicurezza adeguandoli alla tipologia di sviluppo per garantire la massima qualità alla continuità del business.

La tecnologia ha trasformato le professioni e le trasformerà sempre di più. Grandi realtà hanno insegnato alle aziende che digitalizzazione e creatività consentono di immettere sul mercato nuovi servizi ad alto tasso di sviluppo. L’automazione e l’intelligenza artificiale dovrebbero avvantaggiare le aziende, i loro clienti e la loro forza lavoro. Non servono, però, soltanto delle idee vincenti di business ma anche delle infrastrutture capaci di supportare l’offerta. Si tratta di una sfida in cui la scelta delle nuove tecnologie, valutando il rapporto tra costi e benefici in termini di innovazione, diventa così un elemento strategico nello sviluppo industriale.

Quando l’azienda non è più in grado di competere e decide in tempo utile di abbandonare il campo, per salvaguardare l’occupazione e la vita degli stabilimenti, diventa necessario ripensare i business ed i processi industriali, elaborandone di nuovi e più efficaci, attraverso un piano di reindustrializzazione.

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Cassa integrazione per reindustrializzazione

Il MISE concede a Pernigotti 12 messi di casa integrazione straordinaria per reindustrializzazione.

Pernigotti cessa la produzione all’interno dello stabilimento di Novi Ligure e, in attesa che subentri un nuovo operatore, godrà di 12 mesi di cassa integrazione straordinaria che è stata concessa per un massimo di 92 lavoratori.

Il caso di una multinazionale (la turca Toksoz) che chiude uno stabilimento cercando soluzioni virtuose per le persone e, conseguentemente, per il territorio è il tipico caso in cui è possibile ricorrere alla reindustrializzazione.

Il progetto di reindustrializzazione, infatti, è finalizzato all’individuazione di un soggetto che -facendo nuova impresa- rilevi l’immobile e riassorba il maggior numero possibile di maestranze.

La concessione della cassa integrazione (non più prevista per i casi di semplice cessazione) testimonia il valore finalmente riconosciuto, al massimo livello istituzionale, alla reindustrializzazione. Come a dire: per ottenere la cassa integrazione straordinaria per cessazione, occorre reindustrializzare.

Vertus, leader nella reindustrializzazione in Italia, da oltre 10 anni affianca le imprese interessate a dare un futuro ai propri siti produttivi in dismissione, individuando business compatibili e ricercando e selezionando soggetti imprenditoriali, con progetti espansivi, interessati a subentrare per generare uno sviluppo sostenibile.

Fonte: Comunicato Ministero dello Sviluppo Economico del 6 febbraio 2019

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Reskilling: come ri-qualificare il lavoratore per gestire al meglio il cambiamento in ambito industriale

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha stimato che negli ultimi 20 anni l’80% delle professioni è cambiato ed è probabile che nei prossimi 20 anni l’80% delle professioni cambierà ancora.
In uno scenario sempre più caratterizzato dalla trasformazione (o, purtroppo, dalla chiusura) degli impianti industriali, una delle sfide più avvincenti per le aziende è quella di progettare interventi per favorire l’inserimento dei lavoratori all’interno di contesti nuovi, sempre più spesso caratterizzati dalla forte influenza dell’innovazione tecnologica.

Riqualificazione, formazione costante, pensiero allo sviluppo di competenze nell’approccio alle nuove tecnologie sono temi scottanti per gli stakeholders. Il fatto che il futuro del lavoro passi dal reskilling è, oramai, un dato di fatto e per questo sempre più aziende prevedono piani di formazione permanente per i loro lavoratori, anche coinvolgendoli attivamente, al fine di evitare l’obsolescenza delle competenze (soprattutto tra i soggetti più maturi) che non possono rimanere ferme per anni. Si inseriscono in questo contesto anche le azioni di reverse mentoring, vale a dire lo scambio di conoscenze tra profili junior e senior volti al recupero/rinforzo della motivazione oppure all’apprendimento di nuove modalità operative finalizzate alla flessibilità organizzativa. Tutto per offrire al lavoratore la possibilità di aggiornare le proprie competenze e per aiutarlo a rimanere impiegabile in un mondo che è cambiato e sta cambiando sempre più velocemente.

Se per ragioni organizzative, durante i processi di crisi, di reindustrializzazionee di sviluppo, è diventata consuetudine diffusa che un lavoratore (sia esso un dirigente o un impiegato) possa ricevere la notizia della messa in mobilità, in piena digital revolution si è iniziato a guardare alla professionalità come ad un contesto in movimento. Entro il 2035 si stima che le nuove tecnologie permetteranno la creazione di 10 milioni di nuovi impieghi. Nasce da qui l’esigenza, per le aziende, di trovare tempo e soluzioni per facilitare la formazione continua. Allo stesso modo, emerge il bisogno per queste aziende di essere supportate nelle delicate fasi del reskilling del personale, al fine di ridefinire processi e funzioni aziendali e creare nuovi framework comportamentali richiesti dall’implementazione di nuovi macchinari e strumenti innovativi.

Gli interventi mirati al reskilling e alla integrazione delle competenze dei lavoratori devono servire a limitare i rischi di diffusione dello skill gap, della disuguaglianza crescente e della maggiore polarizzazione del mercato del lavoro. Per stare al passo con i tempi, soprattutto sul fronte dell’innovazione tecnologica, serve una formazione continua che renda i lavoratori ancora appetibili sul mercato del lavoro nonostante il mutare delle professioni. È da qui che si deve ripartire, costruendo percorsi di acquisizione di competenze digitali specializzate che aiutino le persone ad esprimere le proprie potenzialità professionali ed a rientrare nel mondo del lavoro attraverso la creazione di competenze nuove che possano permettere di aderire alle strategie di innovazione delle imprese.