Fondo di 200 milioni a sostegno dei processi di reindustrializzazione

Di 2 marzo 2018News
cipe fondo antidelocalizzazione

Ci sembra una buona notizia, ma esiste un piano?

Nel bel mezzo della crisi Embraco – e solo un giorno prima della recente tornata elettorale – viene varato un fondo da 200 milioni per il contrasto alle delocalizzazioni per affrontare i processi di reindustrializzazione, transizioni e crisi industriali.
Il Cipe ha stanziato, inoltre, 850 milioni (sempre a valere sul Fondo di sviluppo e coesione) per il rifinanziamento del Contratto di Sviluppo che favorisce i grandi investimenti, soprattutto nel Mezzogiorno. Le nuove risorse serviranno a far fronte ai numerosi progetti di investimento che Invitalia riceve da gruppi industriali italiani ed esteri.
“La politica industriale di sviluppo rappresentata da Impresa 4.0, dal piano straordinario Made in Italy e dalla Strategia Energetica Nazionale, viene ora affiancata da una politica industriale di protezione per i lavoratori e le aziende spiazzate da innovazione tecnologica e globalizzazione”, aveva dichiarato qualche giorno fa il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda.
Per quanto ci riguarda, pur ricevendo con grande interesse questa notizia, non possiamo non rilevare come questa ci sembri una misura che non si inserisce in un progetto di reindustrializzazione su larga scala, quanto piuttosto uno strumento a tutela di qualche caso specifico, a cominciare proprio da Embraco.
Operando da ormai dieci anni nel campo della reindustrializzazione, da tempo ci rendiamo conto da vicino di come l’Italia abbia perso competitività verso quei Paesi dove il costo del lavoro (ma non solo) è più basso. Non parliamo solo di Cina, ma anche di diversi Paesi Europei, quali ad esempio la Slovacchia che ha saputo attrarre l’Embraco.
Secondo noi la soluzione del problema non è solo stanziare 200 milioni (ben vengano, se verranno investiti per la reindustrializzazione!) ma che finiscono anche presto, bensì ripensare a tutto tondo al nostro sistema di attrattività industriale (che senz’altro c’è) con misure semplici, partendo dai settori chiave. Ad esempio lavorando con gli Istituti di Innovazione Tecnologica dei vari Politecnici per identificare le filiere tecnologiche sostenibili, lavorando ad una mappatura chiara degli stabilimenti dismessi o in dismissione idonei ad una nuova industrializzazione e favorendone il matching, promuovendo sistemi di defiscalizzazione / decontribuzione mirata etc…
Certo sarà comunque difficile competere con la Germania che eroga milioni di Euro a fondo perduto per occupare le proprie fabbriche dismesse nell’Est, ma è pur sempre meglio che lamentarsi che le nostre aziende chiudono ed erogare milioni di Euro in politiche passive, fondi e strumenti finanziari vari senza una chiara progettualità… se non nel nome di una forse fumosa Industria 4.0 o del tanto decantato Made in Italy o di quel poco che ne rimane.

 

Fonte: Il Sole 24 Ore del 28 febbraio 2018