Clamore per le multinazionali che dismettono…ma oggi ci sono 300 multinazionali in più rispetto a 10 anni fa…e gli imprenditori italiani non stanno a guardare

Di 23 febbraio 2018News

Si contano circa 25 dismissioni estere all’anno negli ultimi dodici anni, ma negli ultimi 10 anni il saldo netto è positivo per circa 300 unità. Non solo dunque casi come Embraco ed Honeywell….

Ci sembra interessante fare il punto sulla situazione degli investimenti delle multinazionali in Italia, anche alla luce dei clamorosi casi di delocalizzazione di Embraco ed Honeywell degli ultimi giorni.

Tra chiusure, cessazioni dell’attività produttiva, liquidazioni, fallimenti e commissariamenti, sono stati 268 i casi di investimenti diretti esteri, effettuati in Italia, che negli ultimi 12 anni si sono volatilizzati: è quanto emerge da un’elaborazione dei dati della banca dati “Italia multinazionale-Reprint” gestita da R&P in collaborazione con il Politecnico di Milano e l’Istituto per il Commercio Estero.

Come scrive Carmine Fotina sul Sole 24 Ore di oggi, “è l’altra faccia della nostra attrattività: in passato anche quando siamo stati bravi a catturare capitali stranieri spesso li abbiamo persi, nel migliore dei casi sostituiti da nuovi investitori italiani.  Resta l’immagine di un Paese che spesso non è riuscito a trattenere gli investimenti. A volte si è scoperto in ritardo la natura speculativa di alcune operazioni, in altri casi è subentrato l’offshoring verso Paesi extra Ue a minori costi di produzione, in altre situazioni ancora le complicazioni di un contesto tortuoso (instabilità politica, processi amministrativi barocchi, veti locali, costo dell’energia troppo alto) hanno spento gli entusiasmi di chi era arrivato con grandi ambizioni. Resta la consolazione, per quasi la metà delle operazioni, di aver trovato una via d’uscita italiana.”

Ma dieci anni fa le multinazionali estere con partecipazioni in industrie italiane erano poco meno di 1.600, oggi sono oltre 1.900. Quindi, il saldo è comunque positivo. Oltretutto fino al 2009 i disinvestimenti hanno pesato molto sul bilancio, per poi iniziare a calare.

Quanto alla conquista di nuovi investimenti, nel 2011-2015 (complice la crisi), l’Italia ha ottenuto in media solo 151 progetti per anno, molto lontana degli oltre 250 del 2008. Ora vediamo una ripresa, con il +35% dell’ultimo anno censito per 181 operazioni, valore massimo post crisi che ha prodotto flussi in entrata per 29 miliardi di dollari (+50%). Sono stati attivati 9 Desk all’estero per l’attrazione ed è stato costituito, presso l’ICE, un unico ufficio per questa missione (in cui lavorano ora anche otto persone di Invitalia).

Oggi fanno molto clamore (forse troppo, ma forse le elezioni vicine aiutano) e ci indigniamo per le multinazionali che lasciano a casa centinaia di lavoratori italiani a favore di insediamenti produttivi in altri Paesi Europei. Ma – come scrive secondo noi giustamente Il Fatto Quotidiano / Blog Sostenitore – “accusare gli slovacchi, e poi, andare a chiedere a Bruxelles di “verificare”, è senza ragione: perché sono in Europa come noi, perché hanno un reddito pro-capite più basso del nostro, perché hanno bisogno di posti di lavoro come tutti, perché usano i fondi strutturali come li abbiamo usati noi e gli altri. Perché stanno nel mercato unico europeo come ci stiamo noi.

Questo è il mercato europeo che abbiamo costruito, che funziona con le regole fissate da noi: le abbiamo pensate, teoricamente giustificate, ideologizzate infine. Non le abbiamo accettate queste regole, bensì desiderate, volute. In Italia come in nessun altro paese in Europa. Abbiamo visto come una benedizione il capitale straniero arrivare, senza chiedergli conto della sua responsabilità sociale (questo capitale che arriva non-importa-da-dove è responsabile del suo rendimento nei confronti di chi lo possiede, non certo degli operai o della comunità locale). Non c’è ragione per stupirsi, tutto previsto, prevedibile”.

Oggi ci indigniamo per chi lascia, pur nel rispetto delle regole, e lascia senza lavoro centinaia di operai. Ma ci siamo chiesti quanti posti di lavoro sono stati creati dalle 300 nuove multinazionali che invece sono entrate in Italia? E poi, siamo proprio sicuri che i fondi strutturali Europei non siano stati utilizzati in passato in Italia esattamente come sta facendo oggi la Slovacchia?

Secondo noi sarebbe più costruttivo ragionare da una parte su come salvaguardare con sistemi di politiche attive e carico delle Multinazionali (ad esempio con la legislazione, come in Francia) e su come supportare finanziariamente interventi di reindustrializzazione, come sembra il Ministro Calenda sia intenzionato a fare, dall’altra su come creare un ecosistema per mantenere in Italia gli investimenti produttivi, esteri e non.

Sperando che dopo il 4 marzo tutto questo interesse per i lavoratori resti alla base di un nuovo programma di politica industriale che da troppi anni manca.

 

Fonti: Il Sole 24 Ore del 23 febbraio 2018, Il Fatto Quotidiano del 22 febbraio 2018