L’innovazione digitale non sostituirà il lavoro umano.

Di 20 marzo 2017News
Tecnologia e innovazione digitale

Riqualificazione delle persone e redistribuzione dei benefici: la tesi di Pietro Ichino e Pietro Micheli sulle conseguenze dell’innovazione digitale. Il lavoro cambia, le persone vanno supportate nel passaggio.

Oggi si parla di innovazione digitale. Ma fin dalla rivoluzione industriale, la tecnologia ha innovato il lavorare: più produttivo, meno pericoloso, meno faticoso. E il tasso di occupazione è aumentato…

L’avvento dell’innovazione digitale sta per rivoluzionare il lavorare di oggi con:

-l’Internet of Things (oggetti capaci di inviare e ricevere dati)

-l’industria 4.0 (automazione alimentata dallo scambio di dati negli ambienti produttivi)

-l’intelligenza artificiale (macchine che possono prendere decisioni sulla base di dati appresi in un certo tempo).

Si tratterà di una rivoluzione molto differente da quella del XX secolo che ha visto l’ingresso e la diffusione di elettrodomestici e macchinari: l’automatizzazione riguarderà lavori manuali ed anche “di concetto”.  Lavori legati alle tre D (dirty, dull, dangerous – sporchi, noiosi e pericolosi) ed anche parte di quelli di: radiologi, commercialisti, revisori contabili, impiegati bancari, agenti assicurativi… fino ai tassisti, autisti e camionisti (quando un pilota automatico potrà tradurre in informazioni digitalizzate suoni e immagini).

Bill Gates ha proposto che i robot paghino tasse pari all’ammontare di imposte e contributi relativi alle persone che essi andranno a rimpiazzare. I professori Ichino e Micheli si dichiarano scettici sulla possibilità di quantificare tale importo. Effettuano un interessante paragone: “Se negli anni ’50 fosse stata messa un’imposta sulle lavatrici -scrivono nell’editoriale del Corsera-  essa non avrebbe giovato alle lavandaie chine sui lavatoi del Naviglio Grande: avrebbe solo ritardato il loro passaggio a lavori meno faticosi e più produttivi.”
I professori propongono, quindi, la redistribuzione dei benefici e la riqualificazione delle persone alle quali i roibot andranno man mano a sostituirsi. Le persone potranno così occuparsi di tutti quei lavori che già oggi sono vacanti: elettricisti, tecnici informatici, falegnami ed artigiani in genere, infermieri… Inoltre, le macchine non potranno mai sostituirsi nell’assistenza medica e paramedica, nei servizi qualificati alle comunità locali e alle famiglie, nella diffusione delle conoscenze, nell’istruzione, nella ricerca etc.

In ultimo, i professori sottolineano l’importanza dell’augmentation, ossia l’accrescimento che della tecnologia nel suporto al lavoro umano: dai controlli che assistono un pilota ai computer, dall’analisi dei big data alla telemedicina. Un cenno, infine, all’opera di neutralizzazione delle disabilità che le nuove tecnologie compiono: questo progresso andrebbe certamente incentivato!

 

Fonte: Corriere della Sera del 5 marzo 2017, pag. 35