In Cina le tute blu guadagnano più dei compagni in Brasile e Messico

Di 18 gennaio 2017News

Salari orari medi della manifattura cinese triplicati in dieci anni, mentre scendono in America Latina e nel Sud dell’Europa.

Articolo di Guido Santevecchi – Corriere della Sera 27 febbraio 2017
<<Era la Fabbrica del Mondo a basso costo. Ora invece gli operai cinesi della manifattura guadagnano più dei compagni lavoratori di Brasile, Messico, Argentina. Sono a un passo dal raggiungere i salari di Greci e Portoghesi. Non lo dice il Partito comunista cinese per galvanizzare le masse operaie, ma Euromonitor International, società londinese specializzata in analisi strategiche del mercato globalizzato, in uno studio ripreso dal Financial Times.
I numeri: tra il 2005 e il 2016 i salari per i lavoratori della manifattura cinese si sono triplicati arrivando a 3,60 dollari all’ora in media. Negli stessi dieci anni la paga oraria dei brasiliani è scesa da 2,90 dollari a 2,70; da 2,20 a 2,10 in Messico (ecco perché le case automobilistiche vanno a Sud del Rio Grande facendo infuriare Donald Trump).
La paga oraria media offerta dalle catene di montaggio in Cina equivale ormai al 70 per cento di quella in Grecia e Portogallo: i Portoghesi sono scesi da 6,30 dollari nel 2005 a 4,50 dollari nel 2016. È l’effetto devastante della grande crisi finanziaria partita dagli Stati Uniti nel 2008.
Il balzo della produttività L’aumento del costo del lavoro nella manifattura cinese è legato alla produttività migliorata in modo impressionante, al punto da renderla ormai quasi equivalente a quella occidentale. Le tute blu guadagnano più dei lavoratori di altri settori produttivi in Cina: infatti il salario medio di tutti i settori, considerando per esempio anche l’agricoltura e l’edilizia, è arrivato a 3,30 dollari l’ora.
Il pendolo della delocalizzazione Questa storia di successo delle paghe nell’industria manifatturiera cinese, però, presenta anche un rischio: il costo del lavoro industriale in Cina supera di molto ormai quello di altri rivali nel Sud Est asiatico, dalla Thailandia al Vietnam all’Indonesia e il pendolo della delocalizzazione è destinato a spostarsi verso queste nuove frontiere del basso costo. Anche per questo la Cina è impegnata in un enorme sforzo di riforma e riequilibrio dell’economia, da Fabbrica del Mondo sostenuta dalle esportazioni di prodotti a società matura di consumi interni.

La guerra alla povertà Interessante anche leggere i giornali cinesi proprio oggi: in prima pagina (su ispirazione della potente agenzia statale Xinhua che li rifornisce e guida tutti) la «guerra alla povertà» di cui continua a parlare il presidente Xi Jinping. Serve un ultimo assalto per strappare alla linea di povertà 55,7 milioni di cinesi che sopravvivono con 2300 yuan all’anno, un dollaro al giorno. Xi dice che bisogna centrare l’obiettivo di sradicare questa grande sacca di povertà, concentrata soprattutto in remote zone rurali, entro il 2020, per centrare l’obiettivo di «una società moderatamente prospera».
Quando Xi impugnava la zappa La Xinhua ha rilanciato una foto del 1989, quando il giovane Xi Jinping era ancora solo un promettente segretario di partito a Ningde nel povero Fujian (dal quale sono venuti moltissimi degli immigrati in Italia tra l’altro): «Il futuro segretario generale guida con la zappa in mano una colonna di mille quadri locali di partito impegnati a bonificare un canale di irrigazione», recita la didascalia. Xi era stato mandato in campagna come «giovane istruito bisognoso di rieducazione da parte dei contadini più poveri» nel 1969, sedicenne durante la Rivoluzione Culturale di Mao. Di quel periodo ora i giornali rilanciano un suo ricordo: «Mi ritrovai a fare agevolmente diversi chilometri a piedi in montagna ogni giorno, trasportando sulle spalle, in equilibrio sul bastone dei portatori, 50 chili di peso».
Lo studio di Euromonitor si basa su dati dell’Ilo (International Labour Organisation), Eurostat e ufficio statistico cinese e converte i salari in dollari aggiustati all’inflazione. I dati però non considerano i differenti costi della vita.>>

Guido Santevecchi – Corriere della Sera 27 febbraio 2017