Pmi, gli incentivi spingono l’innovazione

Di 4 ottobre 2016News

Boom di investimenti sui beni strumentali – Mise in campo per prorogare superammortamento e Sabatini

Gli investimenti delle aziende possono essere di qualità, anticiclici, votati all’attacco, più semplicemente conservativi, di retroguardia. O nel peggiore dei casi del tutto assenti, effetto di mancata fiducia e al tempo stesso artefici di una perdurante stagnazione della produttività. Specularmente, le politiche attive in campo industriale possono rivelarsi di successo, inefficaci o semplicemente neutrali ai fini delle scelte di investimento. Investigare questa sottile relazione, tentativo portato avanti negli anni da centri studi e istituzioni statistiche con alterna esaustività, può diventare un esercizio cruciale ai fini di scelte di politica industriale cui la mancata crescita e gli equilibri di finanza pubblica impongono un severo filtro di selettività.
Una scelta di campo al momento il governo sembra già averla fatta con il lancio del piano Italia 4.0 (oggi verrà illustrato a Milano), fortemente orientato al rilancio degli investimenti innovativi e dell’economia digitale. Un mix di strumenti più tradizionali – come la detassazione del salario di produttività, i finanziamenti agevolati della Nuova Sabatini e il credito d’imposta per la ricerca – e di interventi più mirati come l’iperammortamento per i beni funzionali alla digitalizzazione del sistema produttivo e sgravi fiscali per il venture capital che investe in startup.

I primi riscontri
Un anticipo di questa strategia, tesa a rilanciare gli investimenti industriali, era già stato offerto dalla legge di stabilità 2016 con il superammortamento al 140% per i beni strumentali. Gli ultimi dati elaborati da Ucimu, l’associazione dei produttori di macchine utensili, principale osservatorio sul tema, mettono in evidenza un forte effetto-fiducia innescato da questa misura. «Non ci sono dubbi – dice Alfredo Mariotti, direttore di Ucimu e Federmacchine – basta guardare l’andamento degli ordini interni. L’indice a prezzi costanti con base 2010 uguale 100 è passato da 35,4 nel terzo trimestre 2015 al 140,5 nel secondo trimestre 2016». Tra una sponda e l’altra di questo ampio fiume c’è l’attivazione del superammortamento, scattato per acquisti effettuati dal 15 ottobre 2015. Ma anche osservando gli ordini nel lungo periodo, l’allungo è evidente: media mobile pari a 89,9 nel 2012, 75,7 nel 2013, 103,8 nel 2014, 122,6 nel 2015, 135,9 nei primi due trimestri del 2016. Come si nota, il balzo più recente è riconducibile al superammortamento. Ma a ben vedere il primo punto di cesura risale al 2014 e si può mettere in relazione all’avvio, nell’aprile di quell’anno, della “Nuova Sabatini” che con un contributo statale ha consentito di abbattere i tassi di interesse su finanziamenti concessi dalle banche alle imprese per l’acquisto o il leasing di beni strumentali. Tradotto in cifre, 15mila domande hanno prodotto finanziamenti per circa 4,9 miliardi.
In entrambi i casi, la spinta delle misure sul mercato interno si chiuderà automaticamente entro l’anno in assenza di proroghe o rifinanziamenti. Di qui il pressing del ministero dello Sviluppo economico per inserire in manovra la proroga del superammortamento al 140% anche per investimenti effettuati nel 2017 e una dote da 100 milioni per accogliere le domande sulla Nuova Sabatini che dal 3 settembre sono respinte per esaurimento del plafond.

Distribuire gli investimenti
Fabrizio Guelpa, responsabile Industry & banking della direzione Studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, avvisa però del rischio dell’effetto attesa, una tipica fase di sospensione delle decisioni di investimento che precede l’attivazione di un nuovo incentivo. «I?ripetuti annunci della proroga anche nel 2017 del superammortamento al 140% e della possibile introduzione di un iperammortamento ancora più generoso per i beni digitali potrebbero in chiusura d’anno determinare un effetto negativo». A bocce ferme, per ora, le previsioni di Intesa Sanpaolo danno comunque una crescita degli investimenti fissi lordi all’1,9% nel 2016 con un Pil allo 0,8 per cento. «La vera questione tuttavia, troppo a lungo trascurata – sottolinea Guelpa – è la diffusione degli investimenti. L’anno scorso e in parte anche quest’anno la ripresa industriale si è concentrata nel settore automotive. Solo una diffusione più trasversale produrrebbe significativi impatti macroeconomici».
Il governo, anche in questa chiave, intende puntare sugli investimenti innovativi con il piano Industria 4.0. «Su questo fronte – osserva Guelpa – va fatta una riflessione. Gli investimenti in Ict sono comunque un sottoinsieme: su un totale di 270 miliardi, 135 riguardano le costruzioni e circa 80 impianti, macchinari e attrezzature e all’interno di questa quota troviamo anche semplici muletti o mobili per ufficio. Se poi esaminiamo gli investimenti in beni immateriali abbiamo cifre ancora più basse, nell’ordine dei 40 miliardi divisi a metà tra software e ricerca e sviluppo».
Un’analisi che non toglie rilevanza al programma Industria 4.0, ma dimostra semmai che la prima sfida è allargare la fetta del digitale e dell’alta tecnologia nella contabilità nazionale degli investimenti.

La produttività che si può recuperare
I margini di crescita che possono essere attivati da incentivi sull’innovazione sono davvero enormi. Si pensi al “patent box” per la proprietà intellettuale e all’effetto che da qui a qualche anno potrebbe avere su un indicatore chiave, ma molto trascurato, quale la bilancia dei pagamenti della tecnologia, che conteggia gli scambi internazionali di brevetti, know how, marchi, disegni industriali servizi informatici. Qui l’Italia spicca in negativo con un tasso di copertura (rapporto entrate/pagamenti) dello 0,9 contro l’1,3 della Germania, il 2,3 del Regno Unito, l’1,5 degli Usa, il 7,1 del Giappone.
Più misurabili già nel breve i benefici che potrebbero arrivare dal piano per la banda ultralarga e in particolare dall’intervento diretto dello Stato per realizzare reti in fibra ottica nelle “aree bianche”, cioè a fallimento di mercato. È l’Istat a fornire una simulazione sui guadagni di produttività che le imprese – in particolare la platea più ampia, quella con 3-9 addetti ? avrebbero dall’introduzione di una banda larga a velocità superiore rispetto a quella già presente nel territorio. Un intervento di copertura totale nelle aree bianche, secondo l’istituto di statistica, porterebbe a un aumento di valore aggiunto per addetto compreso tra i circa 3.700 euro nei settori industriali e gli oltre 8mila euro nei servizi diversi dal commercio.
Queste stime sono un microscopico esempio. Ma sembrano dirci che piccoli recuperi di competitività all’orizzonte ci sono. La chiave di volta semmai è una lucida capacità di selezione per premiare con l’incentivazione pubblica un’innovazione diffusa, trasversale, di alta qualità, che sia carburante di investimenti realmente addizionali.

Da Il Sole 24 Ore 20/09/2016 articolo di Carmine Fotina