Bologna modello per la nuova industria

Di 6 settembre 2016News

Modernizzazione digitale e solidarietà sociale.
Sono gradini e corrimano dell’unica scala con cui si potrà tornare a salire (ovvero a crescere) all’interno dell’edificio capitalistico. Una scala che «l’industria emiliana è impegnata a ricostruire per fare da modello nel Paese e in Europa di una nuova economia di mercato che si coniuga con giustizia distributiva e sociale».

Con queste parole il presidente di Unindustria Bologna, Alberto Vacchi, ha chiuso ieri il suo intervento all’ultima assemblea “solitaria” dell’associazione (il testimone passa tra nove mesi alla nuova Confindustria Emilia) nel padiglione 18 del quartiere fieristico. In concomitanza con l’apertura della quinta edizione di Farete, la due giorni delle imprese che l’anno scorso ha registrato 14mila presenze e che ospita fino a stasera 900 stand espositivi, con più di 600 aziende iscritte, 60 workshop e quasi 600 incontri B2B in calendario. Farete è un modo inedito di concepire il ruolo associativo, senza più confini. Industria e cooperazione vanno a braccetto non solo nelle strategie di sviluppo ma anche nell’organizzazione dell’evento (la manifestazione è una sinergia Unindustria-Legacoop).

Imprese di ogni dimensione e settore si ritrovano vis-à-vis per confrontarsi, contaminarsi e fare affari. Gli imprenditori tendono la mano ai sindacati, considerati «partner e corpi intermedi cruciali» per accompagnare l’attecchimento della «dottrina sociale di mercato sul modello renano», afferma Vacchi. E a chiudere i lavori non c’è il presidente della Confindustria nazionale bensì l’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, che nella terra rossa d’Italia parla di «una grande visione del modello industriale emiliano, capace di mettere da parte gli individualismi e fare proprio l’umanesimo del lavoro». E se il sociologo Enrico Finzi, ospite dell’assise bolognese, afferma che la società, al pari dell’economia, «è diventata oggi incomprensibile per una molteplicità di tendenze note ma con effetti contraddittori» (l’immigrazione crea valore aggiunto e squilibri sociali, l’invecchiamento della popolazione genera nuovi business e paralizza l’innovazione, la globalizzazione aumenta le informazioni ma anche ansia e perdita di senso), è emerso invece in modo inequivocabile, ieri, che lo sparigliamento di teorie e certezze economiche andato in scena a BolognaFiere avrà presto effetti a cascata su tutto il sistema industriale nazionale. Perché «entro fine anno sarà convocata l’assemblea straordinaria che formalizzerà la nascita di Confindustria Emilia, assieme alle territoriali di Modena e Ferrara, e in primavera ci sarà la prima assemblea di una associazione che peserà come Assolombarda(con le sue 3.200 aziende, per l’81% manifatturiere, e 171mila addetti, ndr)», precisa Vacchi. «La competizione per la presidenza di Confindustria non ha lasciato divisioni tra noi e Roma – assicura il numero uno di via San Domenico –.

Boccia ci saràl’anno prossimo per la prima assemblea di Confindustria Emilia». Ma la volontà degli industriali emiliani è «scrivere una nuova pagina della politica industriale del Paese – aggiunge Vacchi – all’insegna dell’organizzazione per filiere e lo faremo in una posizione di assoluto vantaggio per le nostre dimensioni e per la qualità delle nostre imprese, da sempre etichettate come le imprese del fare e del fare bene». Aree vaste, reti, spin-off sono le parole chiave del modello collaborativo e coeso emiliano che ha chiamato ieri a raccolta istituzioni locali e università per dare linfa a «un ecosistema competitivo capace di generare ricchezza e redistribuzione sociale». Pronta la risposta del sindaco Virginio Merola, fresco di riconferma: «Lavoreremo nei prossimi cinque anni con imprenditori e sindacati per ricostruire la coesione e dare concretezza e sistematicità all’attrattività del nostro territorio. Bologna può ambire a una leadership nazionale».

IL SOLE 24 ORE – 06/09/2016